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Poca autostima? Niente paura, le soluzioni ci sono

Cominciamo con il ringraziare mamma e papà. Già, sono stati loro i nostri primi coach. Sono stati loro nella maggior parte dei casi ad aver coltivato in noi e alimentato la “cultura dell’errore” e il senso di colpa:“perché non hai fatto…”, “mi aspettavo che…”, “guarda tuo fratello…”, “non mi dire che…”, “hai fatto solo il tuo dovere…”. Potremmo continuare a lungo nel novero delle simpatiche frasi che hanno nutrito i nostri primi anni di infanzia e di gioventù, quando l’autostima crea le proprie fondamenta. In quegli anni siamo chiamati a rispondere alla non facile domanda “chi sono” e “quanto valgo”. Hai detto poco???
Cerco di essere come tu mi vuoi
Se siamo stati allenati a pensare sempre a ciò che gli altri si aspettano da noi (aspettative), saremo portati a cercare di non deludere il resto del mondo. Stiamo giocando una partita in cui si può solo perdere, solo non riuscire ad essere come gli altri (spesso non meglio definiti) si aspettano. L’ansia da performance, la paura di sbagliare e di essere sbagliati è sempre lì a fare capolino. Non solo. Se cerchiamo di essere come gli altri vorrebbero, siamo destinati a fare una fatica enorme per avere briciole di risultati e sentirci sempre “precari”.
Guarda l’altro per capire chi sei
L’altra criptonite per Superman nella nostra infanzia è stata la frase “guarda tuo fratello/sorella…”, “guarda la tua amica…”, oppure “io alla tua età facevo”… Ah, grazie ancora mamma e papà: ora mi sento molto meglio a sapere che sono meno di qualcun altro…
Certo, qualcuno potrebbe dire che questa è stata una tattica per farci reagire, per colpire l’amor proprio in noi e provocare una reazione. Mah, può darsi. Ciò che è certo è che ci ha ferito, che ha lasciato tracce perché in quel momento della nostra giovane età il messaggio che ci è arrivato è stato “tu non vai bene così…diventa come…l’altro sì che è ok”. Di nuovo l’autostima ringrazia per la delicatezza con cui si è stati trattati.
Continuiamo a trattarci così
Consideriamo che quanto appreso negli anni giovanili tenderemo in linea di massima a ripeterlo da adulti, infliggendo a noi stessi proprio quelle cose che abbiamo odiato subire. L’analisi transazionale spiega bene questi meccanismi del recitare un “copione” per il resto della propria vita nelle relazioni affettive e lavorative. Insomma, se un tempo erano mamma e papà a dirci cose che ci facevano soffrire e ci complicavano la vita…ora lo faccio noi stessi con le nostre mani.
Uscire si può: riprendiamo in mano la nostra autostima
È possibile da adulti superare certe dinamiche? È possibile cambiare il proprio modo di vedere noi stessi? Possiamo coltivare la nostra autostima e donarci maggior benessere? Certo che sì. Ciascuno ha una propria indole e una propria storia personale, per cui i percorsi vanno personalizzati con tempi e modi utili per ciascuno. Detto ciò, conoscere come funzionano in noi certi meccanismi e avere gli strumenti per trasformare un certo modo di pensare che ci rende “minus” con un modo potenziante che alimenta la propria autostima si può e ce lo dobbiamo!
Cercare di essere felici è la prima responsabilità che abbiamo verso noi stessi.
Mario Alberto Catarozzo

teosormani@gmail.com

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