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Il coaching (quello vero) spiegato agli scettici

Avete presente il film Le leggi del desiderio di Silvio Muccino? Dove il protagonista, coach-guru, con tanto di capello lungo a coda di cavallo, salta sul palcoscenico, grida e incita i partecipanti? Dove il guru dispensa consigli, guida verso una vita di soddisfazioni e rappresenta la luce per i propri “discepoli”? Ecco, quello con il coaching non c’entra nulla. Almeno per il coaching come lo intendo io e coloro che del coaching serio ne fanno una professione seria. Anche da noi in Italia, così come oltre oceano esistono coach vocianti, che si agitano sul palco e cercano di “pompare” i partecipanti caricandoli come batterie. Quello non è coaching, quelli sono spettacoli, alcuni pessimi altri belli, ma pur sempre spettacoli.

Lo scopo del coaching non è certo quello di caricare come batterie che si scaricheranno qualche ora dopo, né tantomeno quello di costruire maestri-guru che guidino le persone verso il cambiamento come un percorso di rinascita o cose simili. Lasciamo questi spettacoli al cinema o a chi non sa fare coaching tecnico, serio e utile. Andiamo a vedere allora cosa fa un coach e cosa può fare un percorso di coaching. Premesso che vi sono diverse scuole di coaching, quindi con differenti approcci e tecniche, tutte condividono l’idea che il coach deve essere un partner del percorso di cambiamento per il coachee. Il coach affianca, facilita, supporta, ma non guida e tantomeno si sostituisce al coachee. Sarà quest’ultimo a dover mettere in pratica, a dover attivare quello che si chiama “esperienza emozionale correttiva” e toccare con mano le proprie possibilità per poi coltivarle e farle diventare nuove abilità e nuove abitudini

Il coach, se bravo e se appartenente ad una buona scuola con basi solide di tecniche e di mentalità, sa entrare in empatia (la PNL parla di “rapport”) con il proprio coachee, sa entrare nella sua “mappa” e da lì partire, spalla a spalla, verso un percorso di sviluppo di potenzialità, di consapevolezza e di nuove abilità.

Niente di esoterico, niente di trascendentale, solo

  • maggior consapevolezza
  • maggior chiarezza di intenti
  • maggior fiducia in se stessi e tanta tanta pratica.

La finalità del coaching non è creare un rapporto di dipendenza tra coach e coachee, bensì all’opposto far apprendere al coachee una nuova mentalità e una nuova “chimica mentale” per saper in futuro gestire da sé le sfide che nella propria vita si presenteranno.

Lavoro da molti anni come coach con professionisti, manager, imprenditori, ma anche con persone dello spettacolo, sportivi e con adolescenti. Le richieste possono essere diverse, ma le esigenze sono tutte riassumibili in un’unica direzione: alla fine si cerca di raggiungere maggior soddisfazione e felicità.

Certo, perché se so gestire meglio la relazione con il mio capo, oppure se so organizzare meglio il lavoro in ufficio, o se riesco a decidere qual è oggi la scelta migliore lavorativa, o ancora se riesco a scegliere il corso di laura che davvero mi appassiona o se riesco a negoziare meglio il mio stipendio sarò più soddisfatto di me (autostima), sarò più soddisfatto delle mie scelte e mi sentirò sulla strada giusta verso ciò che mi rende felice e che mi dona una sensazione di pienezza.

Avrò da questo momento la sensazione di tenere il “timone” della mia vita.

Questo fa il coach: si pone come un riduttore di complessità di fronte alle scelte e aiuta a fare chiarezza, a fissare le priorità e poi a definire una strategia di azione per portarla a termine fino al risultato. Il resto lasciamolo alla new age, alle americanate, alla filmografia e a chi non sa fare il coach e fa il “motivatore” non meglio definito.

Il coaching non è una professione “che si fa”, ma è una mentalità che si acquisisce.

Si è un coach, non fa il coach.

Chi fa un percorso di coaching, sia come coachee con un coach, sia nella scuola per acquisire la qualifica di coach da affiancare alla propria attività o per fare poi la professione, lavora profondamente su se stesso. Prima di poter lavorare come coach bisogna lavorare con il self coaching sulle proprie convinzioni limitanti, pregiudizi e abitudini per poi acquisire tecniche, mentalità e strumenti per agire professionalmente nel mondo del coaching ed essere un reale supporto per chi intraprende percorsi di crescita e sviluppo.

Mario Alberto Catarozzo

Coach professionista e responsabile scientifico del Master “Futuri Coach Professionisti” –  Karakter Coaching School

Mario Alberto Catarozzo

daniele.daiuto@virgilio.it

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